Nasciamo, impariamo a parlare, passiamo i primissimi anni a giocare e poi comincia la scuola.
Studiamo, studiamo studiamo, passano i primi 5 anni, arrivano le medie in cui cominciamo a capire che sotto sotto c’è una ragione per studiare (oltre alla questione di non essere degli zotici analfabeti) cioè quella di studiare perchè dovremo andare a lavorare. Ma alle medie, il lavoro… che cavolo è? Passano così questi 3 anni, volenti o nolenti, si arriva al liceo.
Lì dovremmo ormai aver capito di dover studiare per noi stessi e non per compiacere i nostri genitori, perchè sarà lo studio a salvarci le penne nel mondo del lavoro.
Passa il liceo.
Università: la prima crisi.
- Niente più interrogazioni a casaccio in grado di terrorizzarci per farci studiare
- niente più verifiche mensili
- niente più professori che ti stanno col fiato sul collo se prendi insufficienze.
Molti si perdono, molti altri però tengono duro, solo più 5 anni, l’ultimo maledetto scoglio per lavorare ed avere soddisfazioni, 5 stramaledettissimi anni li separano dalla realizzazione.
La laurea, arriva finalmente. Sacrifici, soddisfazione, tutti felici. Finalmente si va a lavorare, chissà quali cose incredibili!
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Mondo del lavoro: la seconda crisi.
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Generalmente si parte dallo stage che il più delle volte è mal retribuito, se non gratis. Prima badilata in faccia di una lunga serie.
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Studi una vita intera per finire a fare lo sguattero ultima-ruota-del-carro seduto ad una scrivania. Proprio tu, che hai studiato tanto, sei soggetto alle più o meno variegate angherie del tuo capo del momento, sì, proprio tu, che intanto ripensi a come ti immaginavi lo sfavillante mondo del lavoro, tu che ti dicevi “Dai, ancora un piccolo sforzo!” ora sei lì, tra una fotocopia ed una email, tra una telefonata da rimbalzare in attesa che ti venga scaricato l’ennesimo lavoro frustrante o per niente stimolante e bruciandoti le tue giornate e molta vita privata: “Eh, ragazzi, esco tardi dall’ufficio, facciamo un’altra volta”
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Larghi sorrisi in risposta alle tue crisi di nervi: “eeh, vabbè, ma devi imparare a lavorare prima! La gavetta la fanno tutti eh! ”
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E tu no, non te lo fai andare giù, ingoi solo momentaneamente questo rospo bieco, tu ne uscirai a testa alta. Nel frattempo ti svegli tutte le mattine presto, ti metti la tua cravatta o il tuo tailleur e, con le tue scarpe da ufficio e il passo da ufficio, vai a lavorare tutti i giorni.
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Un giorno però ti rinnovano lo stage per altri mesi, e si accende in te una flebile speranza.
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Un giorno però lo stage finisce anche dopo il rinnovo. Spesso con un:“In bocca al lupo per tutto! Grazie eh! E mi raccomando dacci notizie!” In altri casi il lavoro prosegue con il contratto a progetto. Una manciata di € in più, il minimo, per poterti spremere più a lungo, solo perchè altrimenti costeresti troppo, ed una bella “c’è qualche possibilità in più per te, per ora però ti facciamo un contratto a progetto per qualche mese ok?”
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È fatta!, pensi, ancora qualche mese e mi assumeranno!I miei sforzi saranno ripagati! Così nei mesi lavori sodo, esci tardi, tardissimo, stringi i denti, non importa, in fondo “c’è qualche possibilità in più per te” e giù a fare le serate in ufficio, giù a dare il massimo in compiti spesso banali e giù a stare sempre al gioco e a sorridere.
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Ma poi, un giorno, finisce il tuo contratto a progetto e le porte si chiudono per te. Non ci sono più grandi possibilità e mentre con un’alzata di braccia di mettono gentilmente alla porta, con la coda di un occhio vedi entrare dalla porta principale una persona uguale a come eri tu quasi 2 anni fa. sconforto. già, ti hanno usato, hanno usato proprio te, che hai tanto faticato per uscire dal mucchio. È proprio così.
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Cosa farai ora? Avevi progetti? Hai risparmiato qualche €?
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Mentre tu affoghi nel mare del precariato, del chi-lo-sa-quando-riuscirò-ad-avere-un-lavoro, i datori di lavoro ne approfittano e marciano su questa comoda risorsa a basso costo facendosi scudo con la crisi economica.
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E quando riuscirai ad avere un impiego, probabilmente dovrai passare tutto il giorno in ufficio, magari rincasando tardi la sera, consumando anche quel poco tempo libero che ti resta, svendendo quel tempo di qualità così prezioso e limitato che possediamo, dovrai avere a che fare con superiori che sono superiori a te solo in quanto più in alto nell’organigramma aziendale, non certo per meriti o per capacità. Con persone che saranno convinte di una cosa di sicuro, che la loro idea è giusta e la tua, che sei fresca, invece no.
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E alle tue crisi di nervi, non troverai larghi sorrisi questa volta, ma solo sguardi ed espressioni rassegnate: “ehh.. è così dappertutto, cosa ci vuoi fare…” e tu, che ti sei guadagnato l’esser lì, che hai sudato tonnellate di camicie ti scontrerai nuovamente con quel muro invisibile ed indistruttibile.
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Quando finirai di lavorare, ammesso che tu sia in grado di arrivare vivo e sano alla pensione e ammesso che questa esista ancora, sarai già avanti negli anni, e le tue passioni giovanili non potrai più seguirle, avrai rimpianti da riempirci sacchi,
da tappezzare mura, da riempirci materassi. “eeh… è andata così”
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NO
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NO
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NO
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NO
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Non è così che deve andare, non è così che deve andare. Ripetitelo oggi, ripetitelo domani, convinciti che non può andare così, non bisogna arrendersi.
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Noi valiamo di più del nostro impiego. Noi siamo di più del nostro impiego. Noi abbiamo altro oltre al nostro impiego.
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E chi sta sopra di noi e passa in ufficio tutti i suoi giorni e le sue serate, pensa che anche gli altri debbano fare così. Io
personalmente lo ritengo sbagliato. NO non può essere così.
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Su la testa.
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Naturalmente non va a tutti così, ci sono persone che hanno posti di lavoro dove sono apprezzate, dove svolgono un lavoro che amano, circondate da altre persone come loro, in un circolo virtuoso. Però per tanti che sono in questa situazione, tantissimi sono nella situazione di prima.
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Noi possiamo intervenire in qualche maniera sulla strada che dobbiamo percorrere. Noi dobbiamo intervenire su di essa e fare tutto il possibile per influenzarla.
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Scusate l’amarezza.
Buona Mattinata.
B.E.S.T.
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